Sono tornata da Monasao, nel cuore della Repubblica Centrafricana, e mi sento ancora un po’ sospesa. Fisicamente qui ma con l’anima ancora lì, fra la terra rosso vivo, i canti che si alzano alla sera e i suoni profondi della foresta che respira. Monasao significa “figlia del fiume Sao” e davvero questo villaggio vive ai margini della foresta, dove le stagioni scandiscono il tempo, si cammina per chilometri per raggiungere l’acqua, la scuola o il lavoro e tanti bambini attendono fuori dalle capanne il ritorno dei genitori con qualcosa da mangiare. È un luogo fragile in un Paese attraversato da tensioni politiche e ferite ancora aperte e proprio lì, in mezzo a tutto questo, la missione è presenza, è casa, è luce.
La missione, sostenuta dalla Società per le Missioni Africane insieme alla Diocesi di Savona-Noli, non è solo un progetto, è un cuore che batte ogni giorno per la scuola, l’ospedale, la fede e la creazione di spazi di incontro, come la nuova cappella in costruzione nel villaggio di Kanza. È un luogo in cui istruzione, salute, fede e comunità camminano insieme, dove si prova a dare ai bambini un quaderno invece di un lavoro precoce, si cura chi non avrebbe alternative e si costruiscono punti di riferimento quando tutto il resto manca.
Noi tre volontari (Matilde, Enrico ed io) siamo arrivati con sei valigie piene di doni e aiuti ma la verità è che abbiamo ricevuto infinitamente di più. Abbiamo fatto attività con i bambini, esplorato la foresta con i giovani osservando le loro tecniche di caccia e pesca, condiviso la preparazione del cibo e dei luoghi in cui dormire. Abbiamo pregato con la comunità, cantato e danzato durante le celebrazioni, partecipato ad un ritiro di due giorni con gli scout, portato vestiti e cibo ai più fragili. Abbiamo ascoltato, abbracciato, imparato e ammirato il loro modo unico di celebrare la fede e la vita stessa.
Ho imparato che la differenza non la fanno le cose che porti ma il modo in cui resti, lo sguardo, il tempo senza fretta, la presenza vera. Ho visto povertà che non voglio romanticizzare: fatica, ingiustizia, occhi stanchi, condizioni precarie. Ho visto anche dignità immensa, gioia non dipendente dall’avere, gratitudine pura per l’essenziale. Mi sono sentita “straniera”, sì, ma mai esclusa: accolta con curiosità e gentilezza. Ho percepito la forza di un silenzio condiviso, una mano stretta, un sorriso che non pretende nulla.
Questa esperienza non ti tocca perché “aiuti” ma perché ti mette davanti a te stesso, alla decostruzione delle abitudini e delle certezze occidentali. Mi ha posto domande scomode su privilegio, senso di colpa, discriminazione, ingiustizia, su ciò che davvero conta. Mi ha riportato ad un sogno che avevo ai tempi dell’università e avevo soffocato per insicurezza: diventare educatrice internazionale. Pensavo di non essere abbastanza. A Monasao ho capito che non si tratta di essere abbastanza: si tratta di esserci. Non si tratta di salvare il mondo: si tratta di incontrarlo. Con consapevolezza. L’incontro abbatte ogni distanza. Le differenze sono costruzioni sociali, l’umanità no.
Consiglio questa esperienza a chiunque senta dentro una domanda che non riesce più a ignorare: una scintilla che chiede di essere vista. La missione non è solo per chi parte ma anche per chi, in quella terra, aspetta di incontrarvi. Noi siamo una possibilità, una prospettiva nuova, un seme da piantare. Questo seme è la libertà di scegliere.
Stiamo organizzando alcuni incontri per raccontare la nostra esperienza e una piccola mostra di opere e dipinti locali. Speriamo di raccogliere offerte da destinare alla missione e, forse, trovare nuove persone che sentono la chiamata a mettersi in gioco. Grazie alla Diocesi di Savona-Noli per questo progetto, a don Michele Farina, per essere guida e padre per questi ragazzi, e ai miei compagni di viaggio per aver condiviso con me questa avventura… che possa essere solo l’inizio!
🔗 Quaresima, raccolta di solidarietà per la missione di Monasao
Sito web Diocesi di Savona-Noli



