Il 30 aprile Varazze ha celebrato santa Caterina da Siena nel 650° anniversario del suo passaggio. Alla messa nella Collegiata di Sant’Ambrogio è seguita la tradizionale processione al Santuario della Santissima Trinità, noto come Chiesa di Santa Caterina. Qui è stato rinnovato il voto della comunità legato alla liberazione dalla peste del 1376. Il legame con la patrona trova la sua espressione più concreta proprio nel santuario, punto di riferimento spirituale e simbolico per la comunità, nonché uno dei luoghi più significativi della devozione ligure alla santa.
La sua origine è legata al passaggio di Caterina da Siena a Varazze, durante il ritorno da Avignone, mentre la città era colpita dalla peste. La tradizione racconta che la santa pregò per la popolazione, e la cessazione dell’epidemia fu attribuita alla sua intercessione.
In quell’occasione indicò anche il luogo per edificare una cappella votiva dedicata alla Santissima Trinità, promessa che i varazzini mantennero poco dopo. Della primitiva cappella tardotrecentesca non si hanno molte notizie: l’edificio attuale, ampliato nel XVII secolo, è il risultato di questa devozione collettiva tramandata nel tempo.
All’interno il santuario si distingue per un ricco apparato decorativo ottocentesco poco conosciuto che, attraverso affreschi, stucchi e dipinti, illustra i momenti fondamentali della vita, le esperienze mistiche e l’impegno spirituale e politico di Caterina, trasformando gli spazi interni in un articolato percorso figurativo per il fedele. Tra le opere di maggior rilievo si distinguono quelle del pittore ligure Francesco Gandolfi (1824-1873), molto attivo in particolare tra Albisola e Varazze. A lui si deve il grande dipinto d’altare, datato 1870, in cui è raffigurata la santa titolare nell’atto di implorare la liberazione della città dalla peste.
Nella produzione del pittore per il santuario emergono inoltre le scene ad affresco che illustrano l’arrivo della santa a Varazze durante l’epidemia e il solenne giuramento della popolazione di edificare la cappella. In queste opere emerge con evidenza la formazione fiorentina di Gandolfi, maturata alla scuola di Giuseppe Bezzuoli, artista orientato verso una pittura accademico romantica, che influenzò anche la prima formazione di Giovanni Fattori.
Nel santuario le opere del Gandolfi esprimono in modo efficace i tratti distintivi del suo stile: una sensibilità romantica evidente nella solennità delle scene e nell’intensità emotiva dei personaggi, unita ad una costruzione narrativa di impronta storica e ad una particolare attenzione espressiva dei volti, derivata dalla pratica ritrattistica. L’opera si inserisce nel rinnovamento artistico ottocentesco: Francesco Gandolfi aderisce infatti alla “Scuola dei grigi“, caratterizzata da tonalità morbide e da un più attento studio della luce naturale.
Un ruolo significativo nel programma decorativo del santuario è svolto anche da Santo Bertelli (1840-1892), artista formatosi presso l’Accademia Ligustica sotto la guida di Giuseppe Isola (1808-1893) e Giuseppe Frascheri (1809-1886). Grazie ad una borsa di studio si trasferì a Roma, dove si affermò come ritrattista; rientrato in Liguria, si dedicò soprattutto alla pittura ad affresco, operando in numerose chiese del territorio, in particolare Finale Ligure, Varazze e Loano. La sua produzione riflette l’adesione ad un linguaggio verista, mediato anche lui dall’esperienza con la “Scuola dei grigi”. Una peculiarità del suo metodo inoltre consisteva nell’uso di modellini in creta per studiare le figure e gli effetti luminosi, dando così maggiore solidità plastica alle sue composizioni.
Il Bertelli è autore di affreschi di forte intensità narrativa e simbolica, tra cui la scena in cui Caterina da Siena persuade papa Gregorio XI a fare ritorno a Roma e quella di carattere mistico in cui Cristo le porge l’Eucaristia (conosciuto anche come “Estasi della Santa presso la Chiesa di Sant’Ambrogio”). In queste opere emerge con evidenza la capacità dell’artista di coniugare realismo e tensione espressiva, mettendo in luce sia la dimensione spirituale sia il grande ruolo politico della santa.
Altro autore di due affreschi particolarmente significativi è Luigi de Servi (1863-1945) con “Santa Caterina che placa il tumulto dei Ciompi” e “La morte di santa Caterina”. In queste opere emerge con chiarezza il suo linguaggio pittorico, radicato nella tradizione accademica ma capace di grande forza narrativa dal taglio dinamico e teatrale del primo affresco a quello più raccolto e drammatico del secondo, che restituisce il senso di dolore e devozione. In entrambe le opere, inoltre, si riconosce l’esperienza dell’autore come ritrattista, evidente nella definizione psicologica dei personaggi, unita ad una costruzione scenica di forte impatto visivo.
Infine nella volta della chiesa domina lo spettacolare affresco dello sposalizio mistico della Santa, opera di Luigi Gainotti (1859-1940), allievo di Nicolò Barabino. L’immagine sintetizza uno dei momenti più simbolici della spiritualità cateriniana: l’unione mistica con Cristo. L’opera di Gainotti si distingue per la chiara adesione alla tradizione accademica, rielaborata però in una chiave più sobria e narrativa.
Accanto all’intervento di Gainotti l’apparato decorativo di Achille De Lorenzi (1862-1930), accademico di merito e insegnante di ornato all’Accademia Ligustica, svolge una funzione essenziale di raccordo. Le cornici dipinte ad affresco, le ornamentazioni e le partiture delle volte e delle arcate non sono meri elementi accessori ma contribuiscono a costruire un sistema unitario che valorizza e incornicia la scena principale. La sua formazione accademica emerge infatti nella precisione del disegno e nella capacità di organizzare lo spazio in modo ordinato e coerente.
Nel complesso il santuario diventa una “biografia visiva” di santa Caterina, grazie alla volontà da parte della comunità di commissionare a grandi artisti del tempo, aggiornati alle migliori maniere contemporanee, la decorazione di questo spazi con una pittura narrativa e devozionale che rende immediatamente il contenuto spirituale e identitario della città, capace di unire fede, memoria e tradizione nella coscienza civica locale.













