Varazze. Presso l’eremo del Deserto dei Padri Carmelitani Scalzi, meglio conosciuto come Deserto di Varazze, è possibile ammirare sull’altar maggiore uno splendido dipinto realizzato ad olio su tela da Domenico Fiasella detto “Il Sarzana” (Sarzana, 1589 – Genova, 1669), uno dei massimi esponenti della grande stagione del Barocco genovese.
L’opera nota come “La Sacra Pastora” venne già citata nel 1768 da Carlo Giuseppe Ratti (Savona, 1737 – Genova, 1795), pittore e scrittore d’arte, nella sua edizione riveduta, ampliata e arricchita delle “Vite de’ pittori, scultori ed architetti genovesi” di Raffaele Soprani.
Nella biografia dell’artista, dopo aver ricordato le opere eseguite per l’Ordine dei Carmelitani Scalzi, il Ratti osserva che una tavola inviata ai religiosi “rappresentava la fuga della Sacra Famiglia in Egitto”. La presenza dell’opera di questo artista presso la chiesa del Deserto si inserisce nel più ampio fenomeno del mecenatismo aristocratico genovese che accompagnò la nascita e lo sviluppo dell’eremo carmelitano.
Come ricorda Ernesto Renato Arri nel libro “Storia di Varazze del 1999”, il complesso poté arricchirsi grazie al sostegno di importanti famiglie patrizie, tra le quali i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Lomellini, i Saluzzo, i Serra e i Grillo, che contribuirono alla costruzione degli edifici e all’abbellimento degli spazi sacri attraverso donazioni, legati e fondazioni di patronati. Tra queste figure emerge Livia Balbi Pallavicini, alla quale nel 1632 fu riconosciuto il patronato sulla chiesa e che, secondo la tradizione, commissionò a Domenico Fiasella la grande pala destinata all’altare maggiore.

Il dipinto rappresenta una delle più importanti testimonianze artistiche legate alla storia dell’eremo carmelitano e raffigura il ritorno della Sacra Famiglia dall’Egitto assieme all’incontro con il giovane Giovanni Battista nel deserto, un episodio appartenente alla tradizione devozionale e non ai Vangeli canonici.
Al centro della scena il pittore concentra l’attenzione sull’abbraccio tra Gesù Bambino e san Giovanni Battista, accompagnato dalla presenza discreta della Vergine Maria e di san Giuseppe agli estremi opposti della tela, creando un’immagine capace di unire intensità emotiva e profondo significato spirituale. La scelta di questo soggetto si lega in modo particolare alla vocazione del Deserto di Varazze, nato come luogo di ritiro e preghiera per i Carmelitani Scalzi, che proprio nella figura del Battista vedevano un modello di vita eremitica e contemplativa.
Commissionata dalla nobildonna genovese Livia Balbi Pallavicini, la tela testimonia anche il rapporto fra le grandi famiglie del territorio e la nascita e conservazione del complesso religioso. Nel corso dei secoli, tuttavia, soppressioni e periodi di abbandono hanno modificato profondamente l’assetto originario della chiesa e del suo apparato decorativo, rendendo oggi la “Sacra Pastora” una preziosa testimonianza della storia dell’eremo.

“Il convento è dedicato a san Giovanni e proprio la presenza dell’incontro fra Gesù Bambino e il giovane Battista si lega profondamente alla nostra spiritualità carmelitana – afferma il priore padre Paolo Arosio, intervistato da il Nuovo Letimbro – Nel dipinto ritroviamo alcuni elementi centrali della nostra devozione: l’umanità di Gesù e il mistero dell’Incarnazione, il legame con la Vergine Maria, che contempliamo come Madre Regina del Carmelo, e la figura di san Giuseppe, particolarmente significativa per la spiritualità di santa Teresa di Gesù.”
“Il dipinto richiama la stessa origine del Deserto – aggiunge – La figura di san Giovanni Battista, vissuto nella solitudine e nella ricerca di Dio, rappresentava il modello di riferimento per la spiritualità eremitica dei Carmelitani. L’incontro con Gesù Bambino appartiene alla tradizione dei Vangeli apocrifi e si colloca nel momento del ritorno della Sacra Famiglia dall’Egitto. La scena richiama anche il precedente incontro fra i due cugini nel grembo materno, raccontato nell’episodio della Visitazione, e mette in evidenza il valore profetico del Battista.”
“Il contributo delle grandi famiglie genovesi e dei benefattori esterni è stato fondamentale per la nascita e lo sviluppo del Deserto – sottolinea il priore – Nel caso della ‘Sacra Pastora’ la committenza riguarda il cuore del complesso, l’eremo principale, ma il legame con i benefattori si estende ai numerosi romitori nell’area circostante. Ognuno di questi piccoli eremi aveva un sostenitore: gli aiuti hanno reso possibile il suo mantenimento.”
“Mi colpisce maggiormente la scena centrale, l’incontro fra il Gesù e il Battista, caratterizzato da un’accoglienza reciproca – conclude padre Arosio – Non c’è soltanto Giovanni che si inginocchia davanti al Bambino, riconoscendolo come Signore, ma anche Gesù che gli va incontro. Il gesto richiama profondamente il mistero dell’Incarnazione: un Dio che si avvicina per primo all’umanità, la accoglie e desidera essere accolto.”