“Il 14 agosto 1988, a 17 anni, durante un tuffo in mare a Rimini, la mia vita cambiò radicalmente. Ho dovuto imparare a convivere con una tetraplegia e una dipendenza fisica dagli altri molto elevata, senza rinunciare a decidere della mia esistenza”. È quanto racconta Massimo Lorusso, autore del libro “La voce del silenzio – Quello che le parole non dicono”.
L’autobiografia attraversa quattro decenni: la famiglia, l’amore, il matrimonio, le perdite personali, la paternità, l’assistenza quotidiana, i ricoveri, i viaggi, le difficoltà legate all’accessibilità, la riabilitazione che restituisce l’autonomia fisica, il rapporto con le istituzioni. Non è un costruita sul pietismo o sull’idea di “eroismo” ma sul valore della dignità, delle relazioni e della possibilità di progettare la propria vita anche quando il corpo impone limiti severi.
“Pietra Ligure occupa per me uno spazio affettivo particolare: è legata alla mia infanzia, a ricordi familiari importanti, al mio percorso riabilitativo. È significativo condividere questa testimonianza con chi mi legge da quel territorio”, dice. Lorusso ha 55 anni e vive a Milano ma la Liguria è rimasta nel tempo una presenza concreta: “Anche un amico di Finale Ligure mi ha incoraggiato a far conoscere la mia storia”, rivela.
“Ci sono momenti in cui una persona scopre che la propria forza non è infinita. Io l’ho capito molto presto – dice – Avevo diciassette anni quando la mia condizione fisica cambiò radicalmente. In poco tempo mi trovai davanti ad una realtà che non avevo scelto e che non potevo modificare semplicemente desiderandolo. Da allora sono trascorsi quasi quarant’anni. Sono stati anni pieni di vita: la riabilitazione, l’assistenza quotidiana, la famiglia, la paternità, il matrimonio, i viaggi, la scrittura e i nuovi progetti. Tuttavia sono arrivati anche il dolore, le perdite, la stanchezza e momenti in cui guardare oltre le difficoltà sembrava quasi impossibile.”

“Se dovessi spiegare cosa mi ha aiutato ad attraversare tutto questo non potrei farlo senza parlare di Dio – sottolinea Lorusso – Per me non è una presenza lontana, è il mio Padre Celeste e nello stesso tempo il mio Caro Amico. Posso parlargli senza fingere di essere più forte di ciò che sono, dirgli che ho paura e sono stanco, che qualcosa mi ha ferito o non riesco a vedere con chiarezza il passo successivo. La fede non ha eliminato le difficoltà della mia vita ma molte volte mi ha aiutato a non affrontarle come se dovessi trovare dentro di me, da solo, le risorse necessarie.”
“A volte, anche dopo aver pregato, la situazione rimaneva la stessa, eppure riuscivo a mettere ordine nei pensieri – ricorda l’autore del libro – Ciò che sembrava impossibile diventava almeno affrontabile un passo alla volta. Non credo al ‘volere è potere’, ci sono limiti reali, perdite che non possiamo cancellare e ostacoli che dipendono da altri. Per me la fede non significa negare tutto questo ma capire cosa posso ancora scegliere, dove dirigere i miei pensieri e quale passo concreto compiere.”

“Negli anni ho cercato anche di imparare dalle qualità che attribuisco al mio Padre Celeste – aggiunge – La sua bontà mi ricorda che essere forti non significa diventare duri. La sua pazienza mi aiuta a distinguere ciò che posso cambiare subito da ciò che richiede tempo. La sua compassione mi invita a non giudicare troppo rapidamente le persone, perché ognuno porta con sé qualcosa che gli altri forse non vedono. Il suo amore mi ricorda che il valore di una persona non dipende dal numero di cose che riesce a fare senza aiuto.”
“Questo punto per me è molto concreto: ho bisogno dell’assistenza di altre persone per molte attività quotidiane – precisa Lorusso – Se misurassi la mia dignità soltanto sulla base dell’autosufficienza finirei per confondere il bisogno di aiuto con una perdita di valore. La mia fede mi ha insegnato il contrario: dipendere fisicamente dagli altri non significa consegnare agli altri la propria identità, i propri pensieri o le proprie scelte.”
“Nel mio libro ho cercato di raccontare questo percorso senza trasformarmi in un uomo invincibile. Non lo sono – conclude – Ho conosciuto la paura, la stanchezza, il lutto e la fragilità ma ho imparato che, quando le mie forze non bastano, posso ancora chiedere aiuto, pregare, mettere ordine nei pensieri e cercare di compiere ciò che viene dopo. A volte la vita riparte proprio così: non con un gesto straordinario ma con il passo successivo.”