
Savona. “Sono colpito dalla vostra presenza numerosa. Nei momenti di smarrimento è importante raccoglierci fra noi e intorno all’eucaristia, alle sillabe preziose del Vangelo, al Signore Gesù che è risorto e ha vinto la morte, nella certezza della fede che anima la preghiera e il digiuno”. Sono le parole pronunciate dal vescovo di Savona-Noli monsignor Calogero Marino venerdì scorso nella Cattedrale Nostra Signora Assunta, durante la messa nella giornata per la pace indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana dopo l’escalation in Medio Oriente.
“È facile chiamare dio l’idolo della guerra, il demone della guerra – ha detto – Non voglio fare un discorso politico, anche se come credenti dobbiamo dare un giudizio politico su quello che sta avvenendo. Certo, le responsabilità sono differenti e i governanti ne hanno più di noi ma il rischio dell’idolatria della forza abita in ciascuno. Possiamo vincere solo confidando nel Signore: dobbiamo ritrovare la pace abbandonando gli idoli e la forza che ci dà tanta sicurezza.”
“Pentiamoci per tutte le volte che siamo stati idolatri e abbiamo smarrito il Signore. Come fedeli confidenti, torniamo a sederci all’ombra del Signore, quindi nell’atteggiamento dell’ascolto, della pace, dell’apertura del cuore – è l’invito di monsignor Marino – Oggi la penitenza si fa invocazione affinché finiscano tutte le guerre: invochiamo il Signore perché anche i grandi della Terra si siedano alla Sua ombra.”
“Oggi la nostra preghiera ha una tonalità che mi sta molto a cuore: pregare per le vittime, i feriti, le famiglie distrutte – ha affermato il vescovo – La Madre Terra è vittima di questa violenza: pregare per i morti significa ricordare i loro nomi e, per quanto possibile, i giornali ci possono aiutare in questo. Ricordo, per esempio, il sacerdote maronita padre Pierre Al-Rahi, ucciso in Libano. Non è possibile fare la guerra nel nome di Dio: fa impressione come i potenti della Terra abbiano trovato giustificazioni religiose per le loro ideologie.”
“Gesù ci invita ad amare il nostro prossimo come noi stessi: riconosciamo qualunque persona di diversa etnia o cultura come fratello o sorella – ha concluso monsignor Marino – Il rischio della retorica del verbo amare è grande ma nel linguaggio di Gesù non c’è retorica: siamo figli di un unico Padre, quindi fratelli e sorelle. Preghiamo perché possiamo costruire artigianalmente la pace e ritrovare il comandamento dell’amore.”




