Savona. Numerosi sono stati i “pellegrini di pace” che hanno partecipato alla festa patronale cittadina e diocesana di Nostra Signora di Misericordia, nel 490esimo anniversario dall’apparizione ad Antonio Botta (1536). Il tempo instabile e la coincidenza con una giornata lavorativa hanno ridotto sicuramente l’afflusso di fedeli ma i savonesi, come sempre, hanno comunque risposto alla “chiamata” della loro Madre celeste.
Con loro ben tre vescovi: oltre monsignor Calogero Marino per la Diocesi di Savona-Noli, che ha presieduto la celebrazione eucaristica delle 9:30, c’erano i concelebranti Mario Vaccari di Massa Carrara-Pontremoli, frate minore già attivo a Pecorile, e Davide Carraro (Pontificio Istituto Missioni Estere) da Orano, in Algeria. Dal paese nordafricano anche la consacrata laica Anna Medeossi, rettrice del Santuario Notre-Dame de Santa Cruz.
Quest’anno la tradizionale processione votiva dalla Cattedrale Nostra Signora Assunta, nel centro storico, a Santuario è stata aperta dal crocifisso della Confraternita del Santissimo Sacramento di Stella (frazione Santa Giustina) e animata da don Giuseppe Militello, delegato diocesano alle Confraternite. Ad animare musicalmente la liturgia solenne sono stati invece i cori della Parrocchia San Bernardo e “Antonella Fiori” di San Pietro, diretti da Francesca Botta.
Al santuario sono presenti sacerdoti per le confessioni e il Museo del Santuario è aperto al pubblico gratuitamente fino alle 18, orario in cui il vicario generale don Camillo Podda presiederà l’ultima funzione religiosa della giornata.

Il saluto istituzionale del sindaco Marco Russo
“Oggi cade il 490esimo anniversario dell’apparizione della Madonna in questo luogo: un evento di grande rilevanza, che ha innanzitutto un profondo significato religioso che Lei, Monsignore, ci insegna – ha detto il sindaco Marco Russo nel suo saluto istituzionale – Un evento, però, che ha avuto nella storia e ha tuttora anche un rilievo civile, perché ha lasciato ai savonesi, e non solo, un segno di speranza e comunità.”
“Noi sappiamo quanto il mondo attuale, segnato dalla guerra e dalla cultura della violenza e dell’arbitrio abbia bisogno di cultura di speranza e pace – ha aggiunto – Era rivolto specificamente a Savona, in quell’epoca provata dalla dominazione subìta e dalla crisi economica e sociale, che da quella data ha saputo ritrovare la sua spinta. Quell’evento ha indicato la strada della comunità, come risposta ai bisogni del tempo, perché ha aggregato la comunità savonese intorno al messaggio di speranza.”
“Questo stesso borgo, edificato e sviluppatosi proprio a seguito di quell’evento, rappresenta in modo plastico la speranza e la comunità e nei secoli è diventato profondamente radicato nel cuore dei savonesi – ha dichiarato ancora il primo cittadino – Raccogliendo lo spirito di speranza e comunità, Comune, Diocesi e Opere Sociali si sono strette fra loro per riscoprire il valore di questo luogo, ricco di significati che mutano nel tempo.”
“È un luogo di spiritualità, innanzitutto, ma anche simbolo della cura delle persone, come segno di prossimità e servizio per gli anziani, e di educazione e formazione per i bambini delle scuole – lo ha definito Marco Russo – Un luogo della natura che aiuta l’incontro fra le persone e riconcilia con la vita. Un luogo di cultura, che contribuisce all’identità della città.”
“Con spirito di speranza e comunità le Opere Sociali, il suo presidente Giorgio Masio con il CdA, ci hanno proposto di aprire proprio oggi il decennio che ci conduce ai 500 anni dell’apparizione nel 2036 – ha annunciato il sindaco – Una proposta che con la Diocesi abbiamo accolto con grande favore per tradurla in progetto concreto. Si tratta di aprire un cammino, come quello che oggi ci ha condotto fin qui: un cammino di dieci anni, quindi di lungo respiro, come ogni progettualità seria richiede. Un cammino dedicato a riscoprire il significato profondo di questo luogo, guidando la nostra comunità nelle sfide della contemporaneità. Un modo per continuare a ‘prendere il largo’, come insegna il Sinodo, lungo le nuove rotte per la cultura.”

L’omelia integrale del vescovo Calogero Marino
Saluto di cuore e ringrazio ciascuno di voi, per la vostra presenza al Santuario, nel giorno della nostra Festa. Saluto innanzitutto i Vescovi che concelebrano con me questa Eucaristia: Mario Vaccari, Vescovo di Massa Carrara, che ieri ci ha donato una meditazione davvero bella, sulla spiritualità mariana di San Francesco, di cui ricorre quest’anno l’ottocentesimo anniversario della morte; e Davide Carraro, Vescovo di Orano, in Algeria, che è qui con Anna Medeossi, Rettrice del Santuario di Notre-Dame de Santa Cruz: con il Santuario, tanto prezioso per la Diocesi di Orano e per tutto il Nord Africa, abbiamo iniziato un rapporto di amicizia che speriamo possa crescere ancora in futuro.
Saluto i presbiteri, i diaconi, i religiosi e le religiose. Saluto il Popolo santo di Dio che è in Savona, in particolare i malati e chi vive un tempo di fatica. Ringrazio per la presenza, che è per noi molto preziosa, Sua Eccellenza il Prefetto, il Sindaco di Savona, le autorità civili e militari, e il Presidente delle Opere Sociali. Come detto dal Sindaco all’inizio nel suo indirizzo di saluto, per il quale lo ringrazio, vogliamo oggi aprire un percorso, che sarà condiviso dal Comune, dalle Opere Sociali e della Diocesi, e che ci porterà, nel 2036, a celebrare i 500 anni della Apparizione. Il sogno è che l’anniversario possa aiutare Savona a ravvivare le energie spirituali e civili che il 18 marzo del 1536 la aiutarono a risollevarsi dopo il dramma della guerra. Un grazie sentito al Rettore, Don Gianni Laiolo, e a tutti quelli che con lui hanno collaborato per la riuscita della nostra festa. Ringrazio in particolare le Confraternite.
Celebro questa Eucaristia per tutti Voi e per le Vostre più personali intenzioni. Anche quest’anno, ci siamo alzati presto e ci siamo messi in cammino, esprimendo così la nostra fede e il nostro amore per Maria. Da Lei ci siamo lasciati convocare: perché non si fa l’esperienza del pellegrinaggio come se fosse un impegno atletico, ma in obbedienza ad una chiamata interiore che attrae, e urge. Ecco: vorremmo essere una Chiesa (ma anche una Città!) che si lascia attrarre dal Signore. E non un giorno all’anno, ma sempre.

Anche Maria si è mossa verso la montagna in obbedienza ad una chiamata interiore, dopo che “l’angelo si allontanò da lei” (Lc 1,38b). Comprende nel cuore che la visita dell’angelo le chiedeva di lasciare Nazareth e di farsi prossima ad Elisabetta: l’ascolto, il cammino, la prossimità amica sono allora i tratti di una spiritualità autenticamente mariana.
E la casa di Elisabetta diventa una Casa della pace: due donne s’incontrano e si benedicono a vicenda, e dal loro incontro sgorga la lode: “l’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46). In questo tempo, quando il demone della guerra sembra ovunque vincente e il diritto internazionale viene impunemente violato, mi piace allora fermarmi per un attimo a contemplare il mistero della Pace, che siamo chiamati ad accogliere innanzitutto in noi stessi. Perché la pace “inizia dove sei Tu”, come ci siamo detti più volte quest’anno.
Ed è un TU con la maiuscola, innanzitutto. Perché la presenza della pace, che indica, già nell’Antico Testamento (lo shalom), la pienezza sovrabbondante di ogni bene (perché in Dio non c’è avarizia!), è segno chiaro della presenza di Dio. Perché Dio non è mai nella guerra e non esistono guerre santa condotte in suo nome, e “dove due sono veramente uniti, lo sono nel nome di Dio” (così Martin Buber, che, in L’eclissi di Dio, racconta di un suo incontro con un anziano filosofo).
E allora chiediamo a Maria che apra il nostro cuore ad invocare, accogliere e riconoscere la presenza di Dio. Perché la Chiesa non è un’azienda che offre servizi religiosi, o un gruppo solidale, ma realtà imbevuta di divina presenza, come un giorno, magistralmente, disse San Paolo VI.
E faccio mie le parole di Papa Leone: “Contemplare il mistero di Dio e della storia con lo sguardo interiore di Maria ci mette al riparo dalle mistificazioni della propaganda, dell’ideologia e dell’informazione malata, che mai sapranno portare una parola disarmata e disarmante, e ci apre alla gratuità divina, che sola rende possibile il cammino insieme delle persone, dei popoli e delle culture nella pace” (6/9/2025).

Ma è poi anche un tu con la minuscola, un tu che prende il nome proprio di ciascuno di noi, perché “forse la pace si fa così: si comincia dalla propria stanza, dal modo di piegare le maglie, dalla voglia di uscire, dal sorriso che facciamo al primo che passa” (Franco Arminio). Ho proprio l’impressione che questa pace artigianale sia un tratto irrinunciabile della differenza cristiana: è un modo differente di abitare il mondo, a tutti possibile, a condizione di farci piccoli come bambini, e di imparare l’umiltà e la mitezza (di imparare la non violenza!), dal Principe della Pace, “mite e umile di cuore”.
Se ciascuno di noi imparerà una postura di pace -senza aspettare che cominci l’altro, senza pretendere che anche l’altro impari questa postura-, allora i luoghi della nostra vita conosceranno una pace disarmata e disarmante. E penso innanzitutto alle nostre Parrocchie e Comunità, troppo spesso abitate da logiche mondane, dove ciascuno difende un proprio piccolo spazio di potere; e allora non ci possiamo lamentare se i più giovani si tengono ben lontani dalle nostre realtà… Chiediamo al Signore, per l’intercessione di Maria, che ci convertiamo tutti e che le nostre Parrocchie diventino davvero Case della pace.
Concludo, anche per esprimere ulteriormente la nostra vicinanza al Santuario di Orano e alla Chiesa di Algeria, leggendo qualche tratto della straordinaria omelia pronunciata la notte di Natale del 1995 dal Priore del Monastero di Tibhirine, fr. Christian de Chergé; pronunciata dunque qualche mese prima del rapimento e della uccisione dei sette monaci.
“Pace! Come? Un segno disarmato: nudo, sulla paglia, senza difesa, esposto, dipendente. Riconoscere in lui tutti quelli che vanno avanti nella vita a mani nude, anche di fronte agli assassini nell’ombra. Piccolo “principe della pace”: Dio gli dona uno dei suoi nomi più belli! Dio disarmato davanti a noi. Un segno disarmante: davanti a un bambino, si depongono le armi e persino le minacce (se no piange), e non lo si fa volentieri. Ci vuole un cuore di preghiera per lasciarci intenerire. Dio è disarmante. Nessuno in suo nome può prendere delle armi che uccidono l’uomo. Lo vogliamo dire in questa notte, nella quale Dio e l’uomo si rivelano nello stesso volto”.
E noi lo vogliamo dire in questa notte di guerra, che toglie luce al mondo e che sembra non finire mai, chiedendo a Maria che interceda, per tutti, il dono della pace. Amen.
🔗 “Maria, Madre di Misericordia e di Pace. 18 marzo 2026”
L’omelia del vescovo Calogero Marino

