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Don Ferri prete da 50 anni: “Il sacerdozio non è scelta estrema”

"A chi vuole andare in missione, come ho fatto io, consiglio di ascoltare la gente"

Cogoleto. Cinquant’anni e non sentirli! A giugno don Antonio Ferri ha festeggiato il suo “primo” mezzo secolo di sacerdozio. Nato a San Zenone al Lambro (Milano) il 5 marzo 1951, è stato ordinato il 28 giugno 1976, quando monsignor Franco Sibilla era vescovo dell’allora Diocesi di Savona e Noli.

Attualmente parroco di Santa Maria Maggiore a Cogoleto, San Bernardo Abate in Lerca e Sant’Ermete in Sciarborasca, nel corso del suo ministero è stato vicario generale diocesano e direttore del Centro Missionario Diocesano.

Il Nuovo Letimbro lo ha incontrato e intervistato proprio sui suoi 50 anni di presbiterato, celebrati insieme ai parrocchiani, agli amici e ai confratelli sacerdoti.

Don Antonio, cosa la spinse ad entrare in Seminario?
“In famiglia è sempre stato normale vivere una vita cristiana. Per me la preparazione alla vita presbiterale è stata graduale, non c’è stata l’illuminazione straordinaria. Mi sono sentito ‘portato’ ma è stato un cammino lungo prima di arrivare alla decisione definitiva. Gli anni precedenti sono serviti a preparare una base culturale e spirituale ma la decisione è venuta quando studiavo Teologia.”

I giovani d’oggi sono propensi a fare una scelta che potrebbe sembrare estrema?
“Non ritengo estrema la scelta della vita sacerdotale, certamente coinvolge tutta la vita. Mi rendo conto che da quando io ho fatto la mia scelta ad oggi il mondo è cambiato radicalmente. Un giovane che sceglie di diventare prete può avere più difficoltà per certi versi e meno per altri. Meno difficoltà perché quasi tutti i seminaristi oggi sono adulti, io invece entrai in Seminario quando frequentavo la prima media. Oggi il prete è più esposto, quindi posso capire che la scelta sia più difficile. Quando si decide di compierla, la mancanza di sicurezza costringe ad essere più autentici.”

Don Antonio Ferri con il Gruppo Alpini Cogoleto

Come possono le persone, in particolare i ragazzi, percepire il sacerdote come più vicino?
“È più un problema del prete che non della gente. Se il sacerdote è una persona ‘solida’, con una umanità e che sa gestire relazioni autentiche tutto diventa semplice. Se si nasconde dietro le sicurezze clericali le distanze diventano siderali e di conseguenza per un giovane d’oggi il sacerdozio non diventa attraente. Da parte di chiunque deve esserci la disponibilità a coltivare una crescita spirituale seria, altrimenti o fai una scelta ‘d’immagine, che è deleteria, o ti giochi la qualità della tua fede. Le scelte del prete devono essere di qualità, anche controcorrente, mai di convenienza.”

Quali sono i pro e i contro di una realtà piccola come Cogoleto?
“Puoi rendere piccola qualunque situazione in cui ti trovi. In Brasile operavo in un villaggio disperso nell’interno del Paese che neppure i brasiliani stessi conoscevano! Aver girato il mondo non vuol dire necessariamente avere una mentalità aperta. Cogoleto è a misura d’uomo e ciò favorisce le relazioni ma occorre saper leggere le realtà del mondo, avere la mente e anche un po’ di cuore laddove l’uomo fa fatica a vivere, ad esempio per le guerre. Se ti ripieghi in una ‘Cogoleto’ il mondo diventa piccolo e il pericolo di chiudersi è fortissimo.”

Lei è stato in missione in Brasile e Africa: cosa le hanno insegnato queste esperienze?
“Mi hanno segnato veramente a fondo. Non so cos’abbia ‘risolto’, a chi vuole andare in missione e mi chiede cosa può fare consiglio solo di ascoltare. Per me ha voluto dire confrontarmi con due mondi completamente diversi dal mio e rileggere le mie condizioni, anche di fede, dal punto di vista di quelle comunità. Noi europei pensiamo di essere evoluti e che gli altri non abbiamo più nulla da dare, invece se ascolti scopri le ricchezze che le altre culture hanno da darti. Questo richiede tanto ascolto e la disponibilità a lasciarsi cambiare dalle persone che incontri, altrimenti non ‘passa’ nulla.”

Ha delle figure di riferimento per la sua vocazione sacerdotale?
“Sì, ci sono personalità di enorme valore che non sono né conosciute né valorizzate. Oggi chi ‘fa immagine’ e audience non sono sempre quelle di maggior qualità. Invito a conoscere persone come Marianella García Villas, Franz Jägerstätter, Oscar Romero, Dag Hammarskjöld, Julius Kambarage Nyerere, Sophie Scholl, Rosario Livatino, Iqbal Masih, Shabbaz Bhatti, Albert Schweitzer, Adolfo Perez Esquivel, Carlo Acutis e Matteo Farina.”

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Sofia Calcagno - Aldo Giachello 29 Settembre 2026 - 12:16